Sindrome da Burqua

08/07/2008

“Una specie di party per gente selezionata.” 
“Una sorta di Eyes Wide Shut Party?” mi chiede tenendo la testa poggiata dentro al palmo della mano, mentre siamo distesi sul divano, la gatta che fa di tutto per non guardarci – tiene gli occhi stretti e batte con la coda un ritmo che nessuno, tranne lei, sente – 
La sua carnagione è più scura della mia ma non l’ho notato finchè, in effetti, non gli ho afferrato il polso. Sono bianca. Lui è caffè più latte. Mi piacciono le sue unghie: hanno una curva morbida. Ha le mani molto curate anche se fa l’imbianchino di tanto in tanto. Ho sempre pensato all’imbianchino come l’uomo con la saloppette sporca di bianco, senza niente sotto, con l’elastico arricciato dei boxer che spunta fuori e quello sguardo decisamente da “Ecco-qui-il-mio-pennello” al quale solo qualcuna riesce a resistere. Beh, nemmeno in questo lui è così. Fa l’imbianchino di tanto in tanto ma non ha neanche le mani o le unghie sporche di vernice. Quando non fa l’imbianchino fa l’elettricista; quando non fa l’elettricista fa il musicista; quando non fa il musicista insegna surf; quando non insegna surf fa l’architetto; quando non fa l’architetto fa le pizze; quando non fa le pizze forse è perché ha soldi abbastanza per fermarsi un secondo a pensare a quello che potrebbe fare. Un viaggio, ad esempio. E’ così, in fondo, che è “atterrato” in questa città e da questa città in casa mia. 
Ecco. Ho trovato un altro motivo per pensare che la storia con Andrès è una storia diversa. Andrès è totalmente fuori dai miei canoni. Dove sono finiti quei bei maschioni che frequentavano casa mia qualche tempo fa? Quelli abbastanza fighetti, abbastanza pieni di soldi, abbastanza stronzi, abbastanza complicati, quelli abbastanza sposati, quelli abbastanza bastardi? 
A me è sempre importato molto di che cosa facevano i “miei” uomini. Non sono come Laura, io. Nemmeno esigente come la Cri, per carità, però, insomma, ha sempre contato per me la “levatura” sociale dei miei uomini. Anche solo per un senso di conquista o di possesso. 
“Una specie, una specie di Eyes Wide Shut Party, si…” gli dico baciandolo. 
“Intrigante…” 
“Dici?” 
“Dico…” 
“Ci vuoi venire?” 
“No. Voglio che mi racconti però.” E sorride. Con i suoi bianchissimi denti. 
Ecco. Un altro motivo per pensare che Andrès è una storia diversa: non vuole venire. Non verrà. Starà a casa ad aspettare il mio ritorno e con il mio ritorno, ascolterà il mio racconto. Lui, starà a casa. E non mi sta facendo nessuna scenata di gelosia, non mi chiede con chi vado, non mi chiede chi ci sarà. Ed è chiaro che non sta assumendo questo atteggiamento per “posa”, per compiacermi. E’ chiarissimo che lui è fatto così: tranquillo. 
“Ok…”, dico. 
“Sarà divertente…” e mi bacia, e tutto il resto. 
E io mi sento al sicuro senza dover dare spiegazioni, né rassicurazioni, né niente. Quest’uomo non mi sta chiedendo di rimanere, non mi sta facendo domande assillanti, mi lascia libera di andare ma solo ad un patto: tornare e condividere. 
Lo capiranno le mie amiche perché mi sento felice? 
“Cosa ti metterai?” Si alza sapendo perfettamente che sto fissando il suo bellissimo sedere. 
“Non lo so ancora…” mento spudoratamente. So quello che vorrei indossare. 
“Vieni, andiamo a decidere insieme.” mi dice prendendomi per mano e tirandomi su dal divano. 
Mi siedo sul letto. Ho i piedi scalzi. Mi distendo a pancia in giù. 
Lui apre l’armadio, annusa l’aria come fanno i gatti. Sfoglia i miei vestiti e poi si ferma ad un abito nero. Lo prende, lo guarda, soppesa, poi dà il suo verdetto, continuando a darmi le spalle perché sa che mi piace il suo sedere e mi piacciono le sue spalle e mi piace vedere, quando alza le braccia per prendere un vestito, come cambia la forma dell’avambraccio. 
“Questo te lo metti la prossima settimana, quando ti porterò a cena fuori. E sotto non avrai niente…” me lo dice così, come se mi stesse chiedendo: “Mi passi il sale per favore?” 
Passa oltre e arriva ad un altro abito. 
“Questo invece…mh…questo qui invece lo indosserai qualche giorno più tardi. Diciamo domenica. Quando prenderò la mia bicicletta con il tubo e ti porterò in campagna a fare un pic-nic.” 
“Tu non hai una bicicletta con il tubo!”, rido. 
“Per il momento no”, risponde serissimo e non si scompone nemmeno quando gli lancio il cuscino del letto. 
“Non mi distrarre…” continua a “sfogliare” gli abiti. Si ferma di nuovo e, guarda caso, tira fuori proprio quello che avevo pensato per la serata. Nero, allacciato sul collo, gonna sopra al ginocchio, morbido e schiena scoperta al limite dell’osso sacro. Ma lo avevo pensato prima di incontrare Andrès. 
Ora, non so se capiti anche a voi, ma quando ho una storia con qualche tipo che mi piace davvero, mi viene d’istinto di coprirmi, dopo averlo conquistato. Nel senso: mi viene da vestirmi più sobria, meno provocante, meno cacciatrice…e quindi, quello ERA in effetti il vestito che avevo pensato per la serata MA vista la scollatura vertiginosa, negli ultimi giorni (a parte che pensavo di non andarci proprio più a questo party), ho immaginato che forse sarebbe stato il caso di mettermi qualcos’altro. 
E’ l’inconscio che lavora per me. Forse. 
O forse invece è qualcos’altro? 
Non è che per caso esiste una sorta di “Sindrome Burqua”? 
Una sindrome che porta le donne a “coprirsi”, ad essere meno appariscenti, non appena hanno ottenuto quello che cercano? 
Perché sento di dovermi coprire, altrimenti? Di dovermi nascondere agli occhi degli altri uomini? Per quale motivo, dopo aver conquistato un uomo, sento di non dovermi far notare più da nessun altro? 
Alle mie amiche succederà la stessa cosa? 
Ho paura di che cosa, di preciso? Di piacere a qualcun altro? O forse invece è qualcosa di diverso, di più profondo…Forse ho paura di piacere a qualcun altro, ma soprattutto ho paura che a me piaccia qualcun altro. Ho paura che qualcuno mi guardi in quel modo, in quel modo per il quale so di non poter resistere, anche se c’è “un” Andrès ad aspettare il mio ritorno a casa e il mio racconto… 
“Ma per che cos’è questa festa?” mi chiede con innocenza. 
“Per niente in particolare. E’ una festa che ogni tanto si organizza per gli uomini d’affari che passano in città…” 
“Veramente?” mi chiede osservando bene l’abito. Infila il dito indice dentro la scollatura e poi ci guarda dentro, come per cercare una risposta ad una domanda che non ho neppure sentito. 
Mi fissa. 
“Veramente… Per non farli annoiare, per farli tornare…robe del genere.” gli dico. 
“Che tristezza…” 
“Perché?” 
“Non possono arrangiarsi da soli questi uomini d’affari?” Si siede sul letto. La gatta gironzola sotto il davanzale, basta un balzo per salirci sopra e iniziare a fissarci con gli occhi stretti. Batte la coda nera. 
“Sono uomini d’affari. Fanno affari, non relazioni pubbliche…” 
“Muovono l’economia, insomma…” 
“Beh, anche. Forse…non so…” 
Silenzio perplesso. 
“Non ti viene da giudicarli?” mi piace la delicatezza con la quale scosta i miei capelli dal viso e mi accarezza la guancia. 
“Che?” 
“Non ti viene da giudicarli, da pensare che siano solamente dei bavosi pieni di soldi?” 
Che domande strane, mi fa ogni tanto. 
“Che domande strane mi fai ogni tanto…” gli dico. 
Sorride. 
“Non sono degli uomini bavosi pieni di soldi. Per niente…Ehi!”, sussurro, “In questa stanza c’è un moralista e non sono di certo io…mh…ti ho scoperto eh, Argentino?…Argentino moralista!” Sorrido, lo bacio. 
“Ma va!” 
“E’ così invece…dovresti venire, sai, invece di farti tante fantasie…dovresti accompagnarmi. Essere il mio cavaliere.” 
“Non questa volta.”, mi dice infine, cambiando discorso. 
“Hai paura…” lo provoco. 
“No.”, sussurra al mio orecchio mentre ha già iniziato a spogliarmi.