“Mi chiamo Mr Wolf, risolvo problemi” (Q.Tarantino, Pulp Fiction)
“Senti, tu puoi dirmi quello che ti pare ma OTTO anni di zitellaggio hanno il loro peso sulla mia coscienza…”
“Cacchio, Cri, sono otto anni??? Otto anni che tu e quel coglione vi siete mollati???”
“Quel coglione ha un nome, Laura.”
“Certo che ce l’ha: Coglione.”
“Giacomo!” grida isterica Cristina.
Siamo in macchina. Io alla guida, Laura di fianco a me, la Cri dietro. Le sto portando alla festa. Fuori la temperatura ha decisamente raggiunto un livello estivo.
Io, con il mio vestito nero con scollatura vertiginosa, ma senza lo sguardo di Andrès a vedere che cosa c’è dentro: il mio sedere.
Mi sento comoda in questo abito.
“Otto anni…il mio analista dice che è normale…che non devo giudicarmi…che ognuno ha i propri tempi per elaborare il lutto…”
“Mai capita ‘sta storia dell’elaborazione…non c’è un altro modo per dirlo? Che significa elaborare un lutto? Si elabora una foto! Si elaborano dei conti! Ma non un lutto, cacchio! Ma chi è che scrive il vocabolario agli psicologi, mh? Posso accendermi una sigaretta Ang?”
Certo, per carità tesoro, accenditela subito.
Accenditi questa sigaretta così almeno stai tranquilla. La luce inizia davvero ad essere una nota di colore anche di sera tardi, in questa città. E’ estate. Che meraviglia, potersi spogliare e godersi un bagno fresco, di notte, magari tenendo aperte le finestre e guardando la luna. Tanto, chi vi può mai vedere? Profumare l’acqua con qualche essenza particolare, burro di Karité e Avocado, ad esempio, e qualche goccia di Jojoba. E poi, finito il bagno, iniziare a preparare la pelle per l’estate, ammorbidendola con gli oli per il corpo; lavarla con il Savon Noir che profuma delle olive del Marocco…
“E comunque, ragazze, non è tanto questa questione che mi angustia…cioè il fatto degli otto anni, intendo. Non è questo che mi angustia…”
“Angustia??? Ma come parli Cri, Gesùmmio…angustia…oh Cristo Santo…”
Le due rimangono in silenzio. Fuori c’è traffico. Motorini, auto, qualche bicicletta che evita di infilare le ruote sulle rotaie del tram. Poche stelle e una falcetta di luna, giusto all’orizzonte.
“…Quasi quasi, pur di darla via, la iscrivo all’AIDO…Ecco, cosa faccio, guarda! Si si. La iscrivo all’AIDO.”
Inchiodo.
Mi volto. La guardo mentre Laura parte a ridere come una pazza.
“Oddio! Oddio! Il Rimmel…no! Mi cola!”
“Cri…ti prego…ma che dici?”
“Che dico? Che la dono all’AIDO. All’associazione Italiana Donatori Organi…”
“Senti, non mi pare una cosa carina da dire!”
“Non sei tu quella che non la da via da otto anni, chiaro? Tu sei quella che ha trovato l’uomo della sua vita dopo aver fatto festa dall’età di tredici anni, cara mia!”
“Quattordici…”
“Quello che è, tredici, quattordici…non sei tu la zitella del gruppo…”
“Single…puoi dire single…secondo me suona meglio…è una nuova parola: vuol dire che una sta da sola per scelta.” Laura alle volte è insopportabile.
“E zitta anche te, ok? Tu, che provi un uomo diverso ogni cinque minuti! Io non mi cambio nemmeno le mutande così spesso!!!”
Questa è decisamente una crisi isterica.
“Ohi…calma, ciccia, calma…”
“Calma un cazzo!” risponde. “Basta. Portami a casa.”
Ohi! Ma quando, esattamente, la situazione mi è sfuggita di mano? Stavamo andando ad una festa, io stavo pensando al Savon Noir e all’improvviso mi trovo in mezzo a una guerra?
“Forza, Ang, ti prego: a casa…”
Sta quasi per mettersi a piangere. Così mi giro, metto le quattro frecce e la guardo.
Guardo com’è vestita. Guardo com’è truccata. Guardo i suoi capelli. Guardo i suoi occhi. Guardo le sue unghie, le sue mani. Guardo il colore della sua pelle.
E non c’è niente, niente di niente che funzioni in lei. Niente che sia giusto per questa festa…niente che le dia luce, niente che potrebbe condurre qualche sguardo a soffermarsi su un particolare, anche piccolo ma carino. Basterebbe un…un neo di matita nera sopra il labbro! Lo giuro! Basterebbe questo…sarebbe già qualcosa.
Ma nulla.
Il vuoto.
Il grigiume più totale.
“Ok. Scendi.”
“Eh?”
“Scendi…” le dico.
“Beh, Ang, non mi pare il caso di esagerare ora…” dice Laura.
“Scendi, Cri, forza, dai! Non abbiamo molto tempo!”
Inizio a pregare di avere tutto quello che mi serve.
Lei finalmente scende dalla macchina. Apro il bagagliaio. E’ lì! La mia borsa da viaggio. Sono stata soprannominata Miss Wolf, una volta, per questa borsa da viaggio. Non ricordo da chi. Una donna, forse. E’ di pelle nera, morbida, con motivi floreali impressi ma appena accennati. Adoro la mia borsa da viaggio da “Miss Wolf”. La guardo e penso che è da un sacco di tempo che non la apro, non la uso. Da quando ho aperto il negozio, ci sono meno occasioni di essere chiamata e invitata alle feste, meno motivi per cambiarmi d’abito all’ultimo momento, meno serate passate in albergo. Non mi ricordo nemmeno che vestiti ci siano dentro, quali scarpe, quale trousse.
“Ok, Cri. Via quella gonna.”
“Ma…ma siamo per strada…ci sono le macchine e…”
“V-I-A Q-U-E-L-L-A- G-O-N-N-A. Ora!”
Pesco dalla borsa, estraggo: un boa viola, di struzzo.
“Ehi…cos’è quella roba?” Cri si sfila quell’orrendo gonnellone marroncino e più se lo sfila e più mi sento meglio, più mi viene da respirare. La lascerei in mutande, se potessi.
“Dammi qua e giurami che questa sparisce dal tuo armadio domani.”
“…”
“Ehi, sto aspettando. Giuramelo.”
“Giuro.”
“Tieni, mettiti questo. Devi toglierti anche il lupetto Cri.”
Un lupetto a collo alto. In GIUGNO!!!
Passa una macchina e il luccichio di alcuni inserti brillantinati del vestito, per un momento illumina l’espressione della Cri.
“Come s’infila???”
Altra macchina. Questa volta suona.
“Ok, prendi. Togliti il reggiseno. Non ti serve.”
“Come? Eh?”
“Via, via il reggiseno!”
“Ok.”
Altra macchina, altro clacson. L’aiuto a chiudersi la cerniera laterale. Fortunatamente abbiamo quasi la stessa taglia. Quasi.
“Dovrei fare anche un po’ di movimento, dici?”
“TI farebbe bene, Cri. Ti farebbe tanto bene. Forza, entriamo in macchina e passiamo al trucco.” le dico mentre s’avvolge il boa viola attorno al collo. La vedo chiaramente sorridere di nascosto, eccitarsi quasi, come una bimba con le mani nella marmellata. Si.
Il boa nasconde, ma semmai sottolinea la profonda scollatura dell’abito e questo colore le sta molto bene. La Cri ha un bel seno e un bel decolleté. Il problema è che non lo sa. Si è dimenticata tante cose, stando da sola per molto tempo. Moltissime. Qualcuno dovrebbe tornare a sussurrargliele all’orecchio. Non importa se non è qualcuno di molto molto importante per lei, per la sua vita. Basterebbe qualcuno che le dicesse per un paio d’ore delle cose carine, che le facesse un elenco dei motivi per i quali essere donna è un dono. E’ una figata, insomma.
Personalmente non credo che una donna single o zitella come dice Cri sia una sfigata. Non penso che debba per forza sentirsi depressa, se non ha storie da molto tempo, se da molto tempo non va a letto con qualcuno. Insomma, in fondo sono affari suoi. Quello che non capisco è: perché perdere la voglia, il divertimento, il desiderio di piacersi? Perché farsi mancare anche (oltre eventualmente a tutto il resto) il fatto di piacersi? Questo non lo capisco proprio. E’ così bello “portarsi in giro”, “Portarsi a passeggio”, ogni tanto, no?
“E le scarpe?”
La mia amica inizia a prenderci gusto…diventa quasi esigente e questo è un bene. Significa che non è totalmente depressa.
“Giusto”, la tranquillizzo. Guardo bene dentro alla mia borsa da viaggio e le trovo. Le mie preferite. Un semplicissimo modello Gucci nero a tacco alto, con cinturino attorno alla caviglia. Ma non è tanto il modello, è piuttosto quello che mi ricordano queste scarpe a farmi palpitare il cuore. Proprio così: palpitare il cuore.
“Laura, mettiti dietro che abbiamo bisogno di luce per truccarla.”
“Mh…ok. Io penso al capello, allora.”
E mentre ognuna fa il proprio “dovere” e la Cri si lascia “fare”, penso alla scatola in cui ho trovato quelle scarpe. Una scatola rossa, alla Reception di un Hotel di Milano. Con un biglietto:
“Puoi indossare solo queste questa sera?”
Insieme c’era anche una boccetta di Chanel n.5.
Lavoriamo per almeno dieci minuti. Io sul viso della Cri e Laura sui suoi capelli.
“Guardati.”
“Avrei bisogno di uno specchio intero.”
“Merda! Sei insopportabile!” urla Laura.
“Perfetta, direi. Fidati.” le dico.
La Cri continua a guardarsi dentro al piccolo specchietto retrovisore dell’auto. Si guarda negli occhi, poi gira il viso di tre quarti da una parte, poi dall’altra.
“Non è un po’ scuro questo trucco, per me? Non è un po’ troppo?”
“Matita, un’idea di ombretto nero e Rimmel, è un po’ troppo?!?”
“Boh, chiedevo, dai.” continua a guardarsi. Si vede subito quando una donna si piace allo specchio. Quando è convinta di com’è truccata, vestita, quando è convinta di quello che indossa. E lei lo è.
Solo che, ora ho capito, Cri soffre di una sorta di Sindrome da Burqa, come me ma dentro all’anima. Forse è peggio della mia!
Questi otto anni di solitudine le hanno fatto dimenticare che cosa significhi essere femminile, piacersi. Guardarsi allo specchio e vedersi diversa, ma pur sempre bella, attraente…
“Allora, Cri, che ne dici? Rimandiamo di qualche mese almeno l’iscrizione del tuo organo femminile all’AIDO?”