Non raccontate mai niente a nessuno

Ho scelto il rettangolo bianco del letto per incontrare Andrès. Non la parete imbottita dell’entrata, non lo stipite della porta, non il pavimento in legno, non la cucina, non il tavolo, non la sedia, non l’ascensore, non il pianerottolo, non la mia macchina, non il mare, non la spiaggia, non la strada, non il bagno di un locale, non quello di una libreria, non quello di una stazione, non una barca, non la classica lavatrice. 
La mia camera da letto. 
Mi ha spogliato lentamente. Ha iniziato tirando su il vestito con la bocca e baciandomi l’ombelico, mentre mi teneva i polsi, senza stringerli. Scelgo di assecondare la sua lentezza e la sua dolcezza. Il corpo mi dice: “Slaccia, straccia, sciogli, togli, mordi, infila, stringi, lecca, apri, sfiora, succhia, graffia, tira, lascia, riprendi, accarezza e scendi”. 
Il mondo, visto in posizione orizzontale, prende tutto un altro aspetto. 
Tutte le parole che c’erano prima del mio bacio, all’improvviso diventano “sottitoli”, scritti in una lingua che nemmeno conosco. Prego entra, che belli grazie, li hai raccolti tu? Siediti, vieni. E poi ancora: raccontami di te, della tua famiglia, della tua città, hai fratelli, sorelle, ti piace questo vino? Parole come decori e arabeschi floreali, utili però ad ornare questo momento così sospeso e fermo. 
Una volta ho invitato a cena a casa mia un uomo che avevo incontrato in un viaggio Torino-Parigi. Eravamo seduti uno di fronte all’altro, nel TGV. Era un bell’uomo. La fede al suo dito non brillava più da parecchio tempo, penso. Capelli brizzolati, occhi verdi e bocca accogliente. Ci siamo guardati per tutto il tempo del viaggio ma non ci siamo detti una parola, non un sorriso. Niente. 
Quando sono scesa a la Gar de Lion, lui è andato da una parte e io dall’altra. Faceva caldo, era una bella giornata di sole. Ho aperto la borsa per prendere gli occhiali da sole e mentre li tiravo fuori, mi sono accorta che c’era un bigliettino piegato in quattro, nella borsa. Era di quell’uomo e aveva scritto delle cose. 
Mi chiedeva di vederci e mi chiedeva se avessi voluto cenare con lui. 
“Non voglio parole”, c’era scritto. 
Proprio così. Cenare senza parlare. 
Aveva una moglie molto bella, un paio di figli, ma non so dire che timbro di voce avesse perché le uniche parole che ha sussurrato al mio orecchio, erano parole silenziose, accennate, comandi precisi su che cosa volesse da me: “Tu non sai chi sono, vero?” “Vieni qui.” “Ti prego.” “Piano, piano.” “Piano.” “Così.” “Spogliami”. 
Una cena silenziosa. Muta. Fatta solo di sguardi, profumi ed odori. “Sono stanco delle parole” così c’era scritto in quel biglietto. 
Mi sono lasciata condurre nella danza, non ho preso iniziative, forse perché lui aveva diciannove anni più di me e mi sembrava in un certo qual modo “esperto”. 
Da lui ho imparato il gusto del silenzio e della lentezza, in un momento in cui mi ero imposta invece di avere solo storie veloci e brevi. 
In quel periodo, infatti, avevo deciso volontariamente di mettere sotto sforzo il muscolo del cuore, per tenerlo allenato in modo che non si spezzasse ad ogni promessa non mantenuta, ad ogni tradimento. Scommesse stupide che abbiamo fatto tutte quante e che ci hanno portato ad avere esperienze divertenti, interessanti e qualche volta irraccontabili. E’ un piacere lasciarsi andare a questi periodi di follia amorosa, decidere consapevolmente di sperimentare e di provare. 
Ci siamo visti solo per questa cena silenziosa. Poi basta. Anche andandosene non mi ha detto nulla. Mi ha baciato e ha chiuso la porta. Dal balcone l’ho visto salire in macchina, accenderla ed allontanarsi. Me ne stavo lì, nuda a guardarlo andare via, senza sentire nessun disagio, nessun senso di perdita, solo un silenzio irraccontabile e speciale. 
“Entra ti prego…voglio sentirti dentro di me…” mi viene da dire così ad Andrès che sfiora il mio seno, allaccia la sua bocca ai miei capezzoli, porta la mano sul mio ventre, la fa scendere verso il sedere e poi verso le mie gambe che apro come se avesse sussurrato una parola magica. 
Mi fa impazzire quest’uomo. Il modo che ha di muoversi e la dolcezza che porta dalla sua bocca verso il mio sesso. Si sente che gli piace, che è un piacere condiviso quello che ci stiamo regalando. Lo sento da come lascia scivolare la lingua dentro al mio sesso. Non è tesa ma morbida. Non si muove velocemente ma con lentezza, come se cercasse di capire esattamente che nome dare al mio sapore. 
Lascia scivolare lentamente le dita e tutto quello che c’è tra questo istante e il tempo successivo, rimarrà tra me e il mio Andrès. 
Sono felice. 

“Si ok…ma insomma, avete giocato a Body Tetris oppure è crollato al primo schema?!?” 
“E per il resto? Voglio dire, com’è? Fisicamente? Mh…Dai! Racconta! Sei la prima che si è portata a letto un Argentino!” 
“Capirai…che c’entra ora se è Argentino oppure no?…Sapete che c’è?” 
“Eh, dicci, dicci!” 
“Si, cosa? Dai!” 
“Vado in silenzio stampa. Non vi racconterò niente di lui…questa storia me la tengo per me…” 

C’era, ad un certo punto, forse alla fine…Si, alla fine del libro “Il Giovane Holden”, di Salinger, una frase che diceva più o meno così: “Non raccontate mai niente a nessuno. Se lo fate, finirete con il perdere tutti.”