Ci sono "danze" e "danze"

Andrès ha capelli scuri, lisci e lunghi fino alle spalle, ma li tiene sempre raccolti. La prima volta che l’ho visto togliersi l’elastico per scioglierli, mi è sembrato un samurai d’altri tempi, di tempi molto futuri, quasi un figlio della globalizzazione: i tratti del volto argentini ma i capelli decisamente giapponesi. Lo compie, quel gesto, nascondendosi quasi, come se volesse tenere privato il suo lato femminile, quello dal quale invece io, per la prima volta e molto inaspettatamente, mi sento attratta. 
Ehi, ehi…un secondo. Ma come parlo? Che cosa mi succede? Sto subendo una mutazione e non me ne sto rendendo conto? Che cos’è tutta questa voglia di dolcezza e tranquillità, all’improvviso? La mia “me” che conoscevo, dev’essersi persa da qualche parte e non so di preciso dove, forse è uscita un secondo a comprare le sigarette (ma io non fumo) e ha deciso di non tornare più. Quando e soprattutto perché, quella Angelique se n’è andata? 
Mi guardo allo specchio e sono io, non c’è dubbio ma è come avessi voglia di chiamarmi con un nome diverso. Voglio dire che ha ragione Laura, quando mi chiede se sono sicura di voler uscire con un tipo del genere. 
E’ proprio vero? Sono proprio io, vestita in questo modo così “casto”, a voler accogliere in casa mia un uomo del quale mi emoziona guardare un neo nascosto da qualche parte sul collo? Perché la prima volta che l’ho visto non sono scesa senza impegno a controllare come al solito il davanti e il di dietro della “mercanzia”? Voglio dire: questo è un gioco che facciamo spesso con Laura ma anche con Cristina. Di indovinare misure e tutto il resto di qualcuno e poi verificare chi di noi aveva ragione. Chi arriva prima, verifica… è divertente. 
Un neo e il gesto di raccogliersi i capelli in una coda. Ecco su che cosa si è fissata la mia attenzione. E io, io con un’essenza profumata tra le tette e della biancheria intima che compiacerebbe anche la madre superiora del convento delle Santissime Suore del Sacro Cuore, arrampicato nella collina dietro casa. Ma ci rendiamo conto? Che cosa mi sta succedendo? 
Quando suona il campanello e apro la porta e lui mi bacia e mi dice: “Che buon odore, hai”, capisco che cosa mi sta succedendo. Ho voglia di tranquillità. Dopo tutti i mesi e gli anni passati a cercare con il “lanternino” storie complicate, uomini bastardi (si può dire, no?), estremismi irraccontabili, estremismi divertenti, guardo negli occhi Andrès e capisco di aver voglia di tranquillità e di aver voglia di sedermi ad ascoltare le storie delle mie amiche come se fossero le puntate non ancora scritte di Sex and the City. 
Lo accolgo in casa. E’ vestito semplicemente, nulla di ricercato. Un paio di pantaloni morbidi, una maglia bianca, leggera. Anche troppo per essere solo il 25 di Maggio. Lo faccio accomodare a tavola, sistemo i fiori gialli dentro ad un vaso di cristallo molto sottile (e mi viene da associare questi fiori gialli a quelli che qualcuno voleva una notte disegnare sulla mia schiena). 
Poi ci sediamo. Poi io mi alzo quasi subito e mi muovo controllando tutte le posizioni, come se stessi danzando. Quando gli do le spalle, sento i suoi occhi solleticarmi la spina dorsale e arrivare alle curve del vestito, sul mio splendido sedere. Sono molto orgogliosa del mio sedere e quando un uomo lo prende tra le mani e lo stringe, mi sento al sicuro. Sentire che le mie natiche aderiscono perfettamente al palmo delle mani di un uomo è una sensazione piacevolissima. A volte, con certi uomini, ho pensato che volentieri me ne sarei andata in giro per la città vestita solamente delle loro mani sul mio sedere, senza alcun problema (tranne che di posizione scomoda per loro, eventualmente). Guardando le mani di Andrès posso facilmente prevedere che conterrebbero benissimo il mio sedere e sentendo i suoi occhi slacciarmi il vestito, mentre sono di spalle, potrei dire che, se anche abbandonassi il cibo e tutto il resto qui, dentro al forno, sopra il piano della cucina, e mi voltassi per baciarlo e condurlo direttamente alla mia camera, non troverei da parte sua nessunissima resistenza. Anzi. 
Il fatto è che l’Angelique di prima probabilmente non l’avrebbe nemmeno fatto entrare in casa. Lo avrebbe direttamente baciato affondando la lingua nella sua bocca e prendendogli la nuca tra le mani e si sarebbe tranquillamente fatta appoggiare alla prima parete disponibile (che di solito, in casa mia, è quella dell’entrata: l’ho fatta imbottire apposta di una specie di trapuntina bianco/perlata, per evitare di continuare a prendere botte inutili sul fondo schiena, in determinati frangenti). L’Angelique di adesso invece sembra avere un nuovo rapporto con il tempo e con la voglia di dilatare i sensi per prendersi più spazio, per dedicare più spazio al piacere. 
Così, lascio che mi guardi la schiena e il sedere e inizio la mia danza. Appoggio i piatti sul tavolo e comincio a servire un antipasto di insalata di gamberi di fiume crudi, con un tocco di menta e due gocce di aceto balsamico. Sorrido, mi siedo di nuovo. Attendo. 
Mi guarda, Andrès e la bocca si allarga lievemente in un sorriso compiaciuto. (Si, ok. E’ molto dura resistere e a dire il vero anch’io non vedo l’ora di togliere questi piatti dalla tavola e procedere. Non vedo l’ora di passare a tutto il resto!!! E’ così ma NON, non, NON voglio, questa volta. Non con lui. Questa storia NON deve cominciare come tutte le altre storie perché voglio che sia DIVERSA!). 
Dunque, dicevo: lui apprezza molto. Beviamo vino bianco, facciamo tintinnare i calici e a me continua a cadere lo sguardo su quell’angolo di pelle scoperta. Mi racconta di come abbia deciso due anni fa di lasciare il suo lavoro. Mi dice che la crisi in Argentina è stata uno shock. Mi dice che ha venduto macchina, casa e tutto il resto non appena il mercato si è ripreso e che si è comprato un biglietto di sola andata per l’Italia. I gamberi di fiume sono freschi e molto dolci. Erano tre a testa ma l’ultimo mi viene da prenderlo con le mani, non posso farci niente. Lo avvicino alla bocca in un gesto assolutamente istintivo e lui mi segue, sorride. 
E però, a quel punto non resisto più. 
Forse c’è qualcosa, qualcosa di connesso con la natura, i geni e il DNA di certe persone, qualcosa, come il significato della parola “destino”, dalla quale nessuno, per quanto desideri e cerchi di cambiare, non può scappare. 
Forse si tratta di questo, perché per quanto il mio cervello mi dica che Andrès deve per forza essere finalmente una storia che comincia per me in modo diverso, l’altra me, quella che abita al secondo piano, nel condominio complicato della mia personalità, si risveglia all’improvviso e non resiste all’impulso di sfilarsi le scarpe, rimanere a piedi scalzi, alzarsi, avvicinarsi a lui e, semplicemente, lentamente, prendergli la testa tra le mani e baciarlo. A lungo. Molto molto molto a lungo.