Indizio n.1

Pagina del diario del diplomatico svedese Rolf Swedenborg. Tokyo, 1973

Prendo nota ora dei fatti straordinari accaduti ieri notte, prima che l’incontro con l’ambasciatore e le attività noiose che ne seguiranno confondano il ricordo di quella donna dalle sembianze divine, con tutta la probabilità una geisha di Tokyo.
Verso le nove ero davanti al ristorante in attesa di Mr. Batty, un gentiluomo sulla quarantina che ha cominciato a fare affari con il Giappone più di trent’anni fa e ora lavora come consulente all’ambasciata inglese a Tokyo.
Mi sembra di aver già scritto di lui in questo diario. L’ho conosciuto due mesi fa a una festa data dal console canadese e tutto sommato mi sta simpatico.

Soprattutto perché, nonostante sia un tipo tutto d’un pezzo, appena beve un paio di sakè il suo autocontrollo squisitamente britannico va a farsi benedire.
Speravo in qualcosa del genere ieri sera quando ho accettato di uscire con lui e questo è in effetti ciò che è successo. Al terzo amakuchi Mr. Batty si è alzato barcollando dalla sedia, ha pagato il conto, è uscito dal ristorante ed è montato al volo su un risciò, ignorandomi. Ho fermato un risciò a mia volta, ci sono salito sopra e ho ordinato al conducente di seguire quello di Mr. Batty. Ho guardato Tokyo, chiusa e misteriosa, scorrere via, ai lati della strada, per un tempo abbastanza lungo. A un certo punto, passata una curva, ho notato che il risciò del mio amico ci veniva incontro, con a bordo solo il conducente.

Mr. Batty doveva essere sceso da qualche parte. Ho fatto lo stesso, mollando un paio di banconote al mio uomo. Eravamo nel quartiere Shimbashi. Non c’ero mai stato ma sapevo che là si trovavano le migliori sale da tè della città. Peccato che fosse mezzanotte passata e tutte le case ai due lati della strada fossero chiuse. Solo da una finestra filtrava un po’ di luce ed è lì che mi sono diretto, in cerca di Mr. Batty. Ho bussato e si è aperta una porticina a un solo battente. Un uomo minuscolo mi ha salutato con una riverenza e prima che io potessi chiedergli del mio amico mi ha tolto i sandali e spinto su per una scala molto ripida, per poi scomparire per sempre.
Mi sono trovato in piedi in una camera bislunga. C’era dell’ottone tutt’intorno che scintillava alla luce di una lampada di carta dipinta di rosso e il pavimento era tappezzato di tatami. Su ciascuno dei due lati lunghi della stanza c’era un fusuma, una porta scorrevole tappezzata di carta opaca.
Dopo circa un minuto che ero lì, dal fusuma alla mia sinistra è uscita una donna di mezza età, vestita di un chimono rosso e con i capelli raccolti in uno chignon ornato di pettini e fermaglio, come usa tra le cortigiane d’alto borgo di Tokyo. Non era bellissima ma, questo sì, estremamente sensuale.
“Cerco Mr. Batty”, le ho detto nel mio giapponese stentato. Lei non ha risposto, mi ha invitato a sedermi, ha preso una teiera di cerami ca che stava vicino alla lampada di carta e mi ha versato una tazza di tè. Mentre lo bevevo, accomodato di fronte al secondo fusuma, la donna si è inginocchiata dietro di me, mi ha cinto delicatamente il busto con le braccia e le sue mani affusolate e fredde hanno accarezzato molto lentamente il mio busto, dal collo sino all’ombelico, sino a raggiungere l’obi che teneva chiuso il mio kimono. Una scossa di eccitazione mi ha percorso il corpo, ma ho avuto la prontezza di togliere le sue mani dalla mia cintura e ritrarmi.
“Mi scusi, forse non ci siamo capiti – le ho detto – Non è per questo che sono qui”.
La donna di mezza età ha avvicinato le sue labbra al mio orecchio. Per alcuni secondi, ho sentito la sua lingua sfiorare il mio lobo e il suo respiro farsi vicinissimo e breve.
“Si sbaglia – ha detto infine in un sussurro – È esattamente per questo che lei è qui, perché così desidera la signora Angélique”.
La donna di mezza età ha ripreso a slacciarmi lentamente l’obi. Il kimono mi è scivolato lentamente giù dalle spalle e in un batter d’occhio mi sono trovato completamente nudo.
Lei si è alzata ed è scomparsa in uno dei corridoi all’estremità della stanza. Io ero confuso e come paralizzato.
Chi era la signora Angélique? E che cosa voleva da me? Certamente c’era stato un errore, mi avevano scambiato per qualcun altro, ho pensato. Mentre mi ponevo queste domande, mi è sembrato di scorgere un’ombra dietro alla carta opaca del fusuma che mi stava di fronte. Ho stretto le palpebre nel tentativo di capire se ci fosse qualcuno nell’altra stanza, ma presto la mia attenzione è stata richiamata da una serie di passi raccolti provenienti dalla mia sinistra. La donna di mezza età è tornata, stavolta accompagnata da due ragazze, molto più giovani di lei ma vestite allo stesso modo, a parte il colore dei loro kimono, uno bianco e uno nero. Portavano con sé una bacinella d’acqua fumante e tre spugne. Si guardavano l’una con l’altra, sorridendo con complicità. Si sono
inginocchiate al mio fianco e con una lentezza esasperante hanno preso a intingere le spugne nell’acqua bollente e a farle scorrere sul mio corpo nudo. Al primo delicato passaggio di una spugna sul mio capezzolo turgido, ho capito che ogni resistenza sarebbe stata vana.
Una di loro mi ha bendato gli occhi con una striscia di seta bianca. Ho chiuso gli occhi e ho lasciato che i miei muscoli si abbandonassero agli umori tiepidi della lussuria.
Le tre cortigiane hanno continuato a lavarmi.
Ho sentito una spugna sfiorarmi delicatamente il collo e un’altra scorrere allo stesso tempo sulla mia ascella mentre un getto d’acqua calava sulle mie labbra socchiuse. Non sapevo chi delle cortigiane stesse facendo cosa e ogni contatto improvviso della spugna su una parte del mio corpo mi faceva trasalire.
Tutto ciò è durato per circa dieci minuti di piacere. Sentivo il sangue pulsare forte verso il mio membro mentre gocce di acqua bollente scorrevano lungo le pieghe del mio corpo. A un certo punto, qualcosa di umido e caldo ha imprigionato il mio alluce. Era una bocca, che ha incominciato a succhiarlo avidamente.

Sdraiato a pancia in su, ho sentito all’improvviso dei capelli solleticarmi la pancia e allo stesso tempo dei peli più duri sfiorarmi prima la punta del naso, poi le labbra. Istintivamente ho aperto la bocca e l’ho portata in avanti nel tentativo di leccare, ma non ho trovato niente. Mi sono ritratto. Di nuovo le mie labbra sono state sfiorate dai peli e di nuovo mi sono protratto in avanti per leccare, ma il mio gesto è risultato ancora vano. In quel momento, labbra carnose si sono avventate su ciascuno dei miei capezzoli.
Ho preso ad ansimare, in preda al piacere, mentre tutto intorno regnava il silenzio.
Il contatto di quei corpi con il mio corpo è cessato tutto d’un colpo e tre mani hanno preso ad accarezzare delicatamente la mia mano destra, poi l’hanno spinta verso il basso e appoggiata sul mio pene, invitandola a muoversi ritmicamente in su e in giù. Io ho accettato: ero al culmine della goduria e non desideravo altro che raggiungere l’orgasmo il più in fretta possibile.
Ho sentito le tre mani allontanarsi dalla mia e, proprio mentre stavo per venire, qualcuno ha sciolto la benda che avevo sugli occhi.
Finalmente ho visto. Di fronte a me, il fusuma era aperto e dietro di esso, immobile come una statua, una donna giapponese assisteva vogliosa al mio orgasmo.

Aveva occhi neri e la pelle del viso bianchissima e perfetta.
I capelli neri corvini erano divisi in bande e raccolti in nastri d’argento. Vestiva un kimono turchese con decorazioni in oro. Le sue sopracciglia erano inarcate e le sue labbra increspate, unici indizi del fatto che quella sfinge godesse perdutamente nel vedermi godere pur senza mostrarlo. Mi sono innamorato immediatamente e perdutamente di lei. Ma è stato solo un attimo. Poi il mio respiro si è fatto corto e sono venuto copiosamente, uno degli orgasmi più lunghi e spasmodici che mai abbia provato. Lo sperma caldo mi ha inondato il petto. Il piacere è stato così intenso che ho dovuto chiudere gli occhi.
Quando li ho riaperti, non saprei dire se dopo un secondo o un’ora, il fusuma era di nuovo chiuso e intorno a me non c’era traccia né della donna né delle tre cortigiane. Di fianco a me, affiancati in bell’ordine, stavano i miei sandali, come un invito ad andarmene.
Ho atteso per alcuni minuti che il mio respiro si placasse. Poi, in cerca di quella dea, ho aperto il fusuma dietro al quale l’avevo vista e mi sono trovato in una stanza piccola, spoglia e deserta. Ancora sconvolto e senza sapere bene cosa fare, ho indossato il kimono e i sandali, ho sceso le scale e sono uscito in strada. Con stupore ho riconosciuto in una sagoma accoccolata sul marciapiede Mr. Batty.
Era così ubriaco che non riusciva a spiccicare parola. L’ho sollevato e ci siamo avviati barcollando verso il primo risciò.
Il sonno non è bastato per togliermi dalla testa quella donna che ha assistito al mio orgasmo con compostezza esemplare e vestita come la più nobile delle geishe. È dunque lei la misteriosa Angélique? È perché ha scelto me per soddisfare le sue perversioni? Lo devo assolutamente scoprire. E devo rivederla, prima di impazzire di desiderio.

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